Descrizione
Seguendo le tracce arrivate fino a noi dall’archeologia e dal mito, si ricollegano i fili di una storia negata, che non riesce a lasciare il cuore e il ricordo di chi vive le Montagne Madri e la loro Dea
Michela Zucca (1964) si è laureata in Storia a Milano, specializzandosi in Antropologia con il lavoro di campo fra gli sciamani amazzonici. Si occupa di Storia di genere, con speciale attenzione alla vita quotidiana delle donne di montagna, alla storia della stregoneria e a quella delle società egualitarie arcaiche matrifocali guerriere. Ha insegnato Storia del territorio in varie università italiane e svizzere.
Il profilo unico delle montagne, o meglio ancora, le cime delle montagne, costituivano un segno di identità e di individualità imprescindibile delle antiche tribù nomadi. In un’esistenza fatta di precarietà e di erranza, di vite brevi, di assenza di certezze, di lotta per la sopravvivenza, i rilievi che si innalzavano sopra le valli erano una presenza fissa, un punto di riferimento, un legame permanente fra le generazioni e il territorio. Spesso il loro nome significava semplicemente “Grande Madre”. Si sa per certo che per le civiltà alpine e montanare il luogo più venerato era proprio la cima delle montagne legate a un’entità femminile, protettiva, includente, la Dea della montagna, che offriva ai suoi popoli continuità culturale, rituale, emotiva, nonché protezione dai dominatori che venivano invasi dal panico al solo pensiero di dover attraversare le “selve oscure”.











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